di Aurora Donato
La co-progettazione è uno degli istituti più affascinanti introdotti dal Codice del Terzo settore. Nella sua formulazione più ambiziosa, rappresenta uno spazio di collaborazione in cui pubbliche amministrazioni e enti del Terzo settore mettono insieme competenze, conoscenze del territorio e capacità di innovazione sociale per progettare e realizzare servizi più efficaci e vicini ai bisogni delle comunità.
Non sorprende, quindi, che dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 131/2020 la co-progettazione abbia conosciuto una diffusione crescente. Molte amministrazioni hanno iniziato a utilizzarla per servizi sociali, culturali o educativi, spesso con l’intenzione di valorizzare il contributo degli enti del Terzo settore oltre la logica della mera esecuzione di una prestazione.
Accanto a queste potenzialità, però, la pratica quotidiana della co-progettazione presenta numerose criticità, di cui si parla ancora troppo poco.
Una prima difficoltà deriva dall’eredità del dibattito giuridico che ha accompagnato l’evoluzione dell’istituto. Il parere del Consiglio di Stato n. 2052/2018, che aveva messo in dubbio la compatibilità della co-progettazione con il diritto eurounitario dei contratti pubblici, ha prodotto una sorta di “trauma” interpretativo. Anche dopo il chiarimento offerto dalla Corte costituzionale, molte regole e prassi applicative sembrano ancora orientate più a dimostrare che la co-progettazione “non è un appalto” che a valorizzare ciò che la rende davvero diversa: le finalità civiche e solidaristiche degli enti coinvolti, che li rendono particolarmente adatti a collaborare con le amministrazioni pubbliche. Questa impostazione ha avuto conseguenze concrete. Si è finito per concentrare l’attenzione soprattutto sugli aspetti economici dell’istituto – come il rimborso delle spese o la compartecipazione degli enti – generando spesso richieste di cofinanziamento difficili da sostenere o interpretazioni eccessivamente restrittive delle spese rimborsabili. In alcuni casi, nella prassi e in alcune pronunce giurisprudenziali, emerge l’idea che la co-progettazione debba essere svolta necessariamente “in perdita”, come se questa fosse la vera garanzia della sua legittimità. Si tratta di una visione preoccupante. Gli enti del Terzo settore non perseguono un utile, ma questo non significa che possano operare in condizioni strutturalmente insostenibili. Il costo del lavoro, le spese di coordinamento o le spese generali costituiscono voci di costo necessarie per realizzare servizi di qualità e tutelare i lavoratori e le lavoratrici.
Accanto agli aspetti economici, vi sono poi criticità organizzative che emergono soprattutto quando i tavoli di co-progettazione coinvolgono più enti del Terzo settore. Le Linee guida ministeriali (d.m. 31 marzo 2021, n. 72) prevedono l’ipotesi in cui al tavolo di co-progettazione partecipino più enti, che si trovano così a progettare e soprattutto a gestire insieme un servizio senza essersi scelti reciprocamente. L’idea di integrare competenze diverse è senz’altro stimolante, ma nella pratica questo modello solleva numerosi problemi che non sempre l’amministrazione procedente riesce a risolvere. Come si coordinano gli enti? Come si ripartiscono compiti e risorse? Chi si assume le responsabilità gestionali? Non di rado queste questioni vengono lasciate alla buona volontà degli enti partecipanti, con il rischio di conflitti o di assetti organizzativi poco chiari. Anche su questo fronte emerge una certa distanza tra la rappresentazione ideale della co-progettazione e la complessità della sua gestione concreta.
Proprio per queste ragioni, oggi più che mai, la diffusione della co-progettazione dovrebbe essere accompagnata da una riflessione più matura e meno retorica. Negli ultimi anni si è parlato molto di amministrazione condivisa, spesso con toni enfatici, ma perché questo modello funzioni davvero servono competenze tecniche, capacità organizzative e anche la consapevolezza del fatto che, alla fine, con la co-progettazione l’amministrazione pubblica affida agli enti del Terzo settore la gestione di un servizio.
Gli enti del Terzo settore, così come i loro consulenti, hanno bisogno di strumenti per leggere criticamente gli avvisi pubblici, comprendere la sostenibilità economica dei progetti, gestire i rapporti con gli altri enti e dialogare con le amministrazioni in modo consapevole. Allo stesso modo, le pubbliche amministrazioni devono essere accompagnate nello sviluppo di pratiche operative che rendano la co-progettazione uno strumento realmente efficace e non solo un’etichetta suggestiva. In altre parole, la co-progettazione non può vivere solo di buone intenzioni o di slogan sull’amministrazione condivisa. Perché possa esprimere davvero le sue potenzialità, è necessario investire in una formazione approfondita e pratica, capace di affrontare anche le criticità e le contraddizioni che emergono nella realtà quotidiana.
Proprio per questo, EUconsult Italia dedica grande attenzione alla formazione dei consulenti del Terzo settore, affrontando anche queste tematiche nei propri percorsi formativi, con l’obiettivo di fornire strumenti concreti per orientarsi tra regole, sostenibilità economica e gestione operativa degli istituti giuridici con cui gli enti del Terzo settore si trovano a confrontarsi.
