Aprile 25 2021 0Comment

Intervista a Gian Paolo Montini: Il Terzo Settore, il volontariato ed i giovani

Silvia Superbi, per EUconsult Italia, questa volta intervista il direttore generale di un ente del Terzo Settore molto conosciuto in Italia: Gian Paolo Montini, Direttore Generale Associazione Peter Pan ODV.

Caro Gian Paolo, EUconsult Italia racconta le storie dei professionisti anche per ispirare percorsi dei giovani colleghi, raccontaci brevemente la tua storia professionale, come sei arrivato a dirigere una Onlus e perché proprio Peter Pan.
Carissima Silvia, Fin da piccolissimo sono affascinato dal mondo della scienza e tecnologia. Ho frequentato un Istituto professionale diplomandomi come Perito Elettronico e poi Ingegneria Aeronautica ma ancor prima della Laurea sono stato assunto come tecnico specialista in SIP e dopo la laurea in Ingegneria Aereonautica sono rimasto in SIP e mi sono specializzato in Telecomunicazioni diventando un manager in quella che è divenuta Telecom Italia. Intorno ai 40 anni mi sono iscritto a un master in management degli enti non profit. Dopo il master c’erano diverse possibilità. In quel periodo anche Peter Pan cercava un nuovo direttore ed eccomi ancora qui dopo oltre 15 anni. L’incredibile è che Peter Pan è nata nel 1994 grazie alla mamma di un ragazzo che nel 1993 ci ha lasciato dopo una lunga lotta contro il cancro, ebbene Emanuele era un mio caro amico e non avrei mai immaginato che dopo tanti anni ci saremmo ritrovati sullo stesso progetto.

So che per tanti anni sei stato un volontario, poi ti sei trovato a coordinare i gruppi di volontari e infine a dirigere una organizzazione. Quanto il volontariato è importante come percorso per chi si occupa di Terzo Settore e come oggi il ruolo del volontario è diverso rispetto al passato?
Intorno ai vent’anni ho iniziato a svolgere servizi di volontariato e in particolare con i più piccoli e non ho mai smesso. Questo mi ha portato al desiderio, condiviso con mia moglie, di unire il cuore alla professione. Sono un Manager del terzo settore ma rimango comunque volontario e non solo nel tempo libero, il volontario è parte dell’ESSERE e non del FARE. È quella condizione interiore che come dice il prof. Fabrizio Dafano, ti porta di conseguenza ad agire, ovunque ti trovi e con chiunque è nel bisogno.
La pandemia ha reso secondo me ancora più evidente la specificità del volontariato, all’interno dello stesso Terzo Settore. La sua natura e sua forza si fondano su legami orizzontali, partecipazione liquida, organizzazione elastica e orizzontale, obiettivi flessibili dentro missioni e visioni chiare e inossidabili. Questa elasticità non significa caos o anarchia. Il volontariato ha impatto sulla vita del prossimo, su sé stessi e sull’ambiente in cui viviamo, questo richiede responsabilità. Non esiste responsabilità senza regole, ruoli precisi, obiettivi da perseguire e come misurarli. Senza volontari non esiste Terzo Settore, non si può lavorare e operare nel sociale se non si “è” volontario

Ritieni che negli anni i ruoli di direzione di una organizzazione Non Profit abbiano dovuto modificare le loro linee di azione, e se sì, in che direzione. Quali competenze e skills credi siano importanti per chi dirige una organizzazione del Terzo Settore ?
Assolutamente si. Molto è cambiato da quando nel secolo scorso ho collaborato come volontario al censimento delle organizzazioni no profit. Inizialmente si è spinto molto sulla crescita delle hard skills, delle competenze professionali per i diversi ruoli direttivi e gestionali, raccogliendo anche le disponibilità di tanti manager del profit decisi a dare un nuovo senso alla loro vita. Adesso che il livello manageriale nel Terzo Settore è molto cresciuto, è evidente quanto siano le competenze trasversali o come si dice soft, quelle che faranno la differenza. Questa consapevolezza è forse più chiara nel profit mentre molte ONP oggi fanno più fatica a introdurre nel loro profilo e strategia organizzativa, quei valori che invece sono presenti nella mappa della loro Mission. Dei ruoli direttivi mi piace molto la capacità di stare e mettere insieme, facilitare, indicare, aspettare e stimolare.

Quali sono le maggiori sfide che oggi ti trovi ad affrontare e quanto il confronto con colleghi o l’appartenenza a reti come nel caso di EUconsult Italia può essere di supporto?
Le sfide sono continue, il COVID ha pure accelerato alcuni cambiamenti. Sfide legate al coinvolgimento, alla partecipazione, al fare eete, sono solo alcune e per le quali realtà come EUconsult Italia sono aiuti preziosi per comprenderle, confrontarsi e trovare insieme la strada da seguire. Credo molto nella Rete, non solo come ingegnere, in quanto è dalle relazioni che nasce la Vita. Ma affinché queste diano risultati e migliorino la vita stessa, servono delle regole, una struttura e delle modalità che permettano realmente il confronto. Una mia caratteristica è vivere una vita di relazioni intensa, è uno dei miei punti di forza anche come manager anzi come persona, mi definisco un innamorato del prossimo, cerco ambienti positivi, aperti, dove vivere i miei stessi valori e in EUconsult Italia ho trovato tutto questo e molto di più in quanto sono circondato da eccellenze che aiutano la mia crescita e quindi il mio agire anche come direttore di Peter Pan.

Quali sono i settori più impegnativi in questo momento tra gestione risorse umane, sviluppo strategico, fundraising, comunicazione?
Tutte aree fondamentali ma vorrei sottolinearne due in questo momento: Risorse Umane e Sviluppo Strategico. Soprattutto nel volontariato la gestione delle Risorse Umane non deve limitarsi all’organizzazione e formazione di volontari e professionisti, in quanto la sfida risiede nella partecipazione e spesso questa è limitata da diversi elementi in Italia che sarebbe interessante approfondire con maggior spazio. Lo Sviluppo Strategico è centrale ma non va confuso con la definizione di obiettivi. Per tutti noi è difficile passare dalla mentalità del “cosa” voglio, a quella del “dove” voglio andare. Il Cosa porta a un continuo ripetersi di progetti e attività che nel tempo ossidano l’organizzazione e senza In-novarsi perdono il contatto con la realtà che intanto cambia velocemente. Il Dove invece mi interroga sul percorso, su chi voglio essere da grande e quindi quali sfide affrontare, vette raggiungere, risorse necessarie per farlo, solo così saprò cosa fare se arriva una tempesta o cambia la natura del terreno su cui cammino.

Una volta mi hai accennato al tuo interesse verso i giovani e giovanissimi e di come vorresti veder realizzati progetti per sostenerli, per il futuro di tutti. Ci puoi parlare di questo progetto e delle tue idee a tal proposito, anche indicando secondo te quale ruolo il Terzo settore dovrebbe avere in questo ambito?
Come dicevo sono innamorato del prossimo e questo è ancora più vero verso i giovani. In loro leggiamo il potenziale della vita. Per questo oggi è una grande sofferenza vedere quanto la pandemia sta schiacciando questo potenziale. Abbiamo dovuto mettere la mascherina alla speranza. Il Terzo Settore può accendere questa speranza ma deve crederci e impegnarsi a creare un forte senso di responsabilità nei giovani, dando fiducia e chiedendo impegno, umiltà e serietà. Nei miei 35 anni con i più giovani, ho imparato che dando fiducia e standoci, Loro ci stanno e danno il massimo. Da dove partire? La Scuola, nella Scuola e con la Scuola. Istituti Scolastici, MIUR e Terzo Settore, possono insieme fare molto e oggi ci sono tutte le condizioni e disponibilità per farlo. Quanti bandi vanno persi per mancanza di Rete? Quanto si potrebbe fare anche nei progetti di Alternanza Lavoro?

Considerata la tua esperienza e professionalità, cosa ti sentiresti di consigliare a coloro che operano in enti del Terzo Settore proprio a favore dei giovani, ancor più se soggetti fragili con patologie o complessità. Quali soft-skills sarebbero necessarie secondo te, per i professionisti che operano su queste tematiche in ambito di fundraising, comunicazione e advocacy ?
Molto umilmente mi permetto di raccomandare il mettersi in gioco. Alla pari come persone e mettendo in condivisione quello che si è e si ha. Serve una grande capacità empatica e di ascolto, avere pazienza. Soprattutto non dare risposte, quelle devono arrivare da Loro. Spesso ci confondiamo e pensiamo di aver capito e vogliamo subito indirizzare e dire la nostra di adulti, questo non è ascoltare ma guidare. Invece serve creare una rete in cui possano crescere, costruire e relazionarsi. Direi che serve avere in particolare una certa competenza di coaching.

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